Non si tratta di cambiare cerchio: solo di allargarlo

2016-01-21 10.35.30.png

‘’Sì: lo voglio”.
Solitamente queste dieci lettere ci riconducono ad una sola immagine: matrimonio.
‘Legame di un uomo e di una donna che si impegnano, davanti a un’autorità civile o ecclesiastica, a una completa comunione di vita nel rispetto dei reciproci diritti e doveri’; ‘Sacramento, per i credenti, con cui si attribuisce carattere sacro all’unione di un uomo e di una donna’; ‘Unione in generale, associazione riconosciuta di due elementi o di due simili’.
“Sì: lo voglio“
“Lo voglio, lo voglio: voglio poterti giurare fedeltà, voglio poterti stare vicino se dovessi cadere, voglio prendermi la responsabilità di condividere una casa, voglio poter percorrere una strada sicura insieme, voglio te e il diritto di averti.“
Il diritto di averti.
Sì, il diritto di potersi prendere la responsabilità di amare e di essere tutelati nella propria scelta: ecco per cosa andrà in aula il Parlamento Italiano il 28 Gennaio 2016. Se volessimo usare le parole di Montecitorio, potremmo dire per decidere se sarà approvato il nuovo disegno di legge sulla disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili.
Naturalmente, ci potrà essere un sì come ci potrà essere un no.
Ma un no a che cosa?
Vorrei che ci soffermassimo prima sulla parte dell’Articolo 14 riguardante le unioni civili.
In questi giornate, ovunque mi giri sento polemiche sul tema:
“Non si può riconoscere legittimamente l’unione di due persone dello stesso sesso: è contro natura! “; “Le persone gay hanno una sessualità deviata, per tanto non si possono sposare..”; “L’unione omosessuale spingerà le persone ad essere omosessuali e si arriverà a procreare specie umana solo tramite la fecondazione in vitro”; “I bambini non saranno mai sereni ed equilibrati senza un modello maschile e uno femminile a casa”; “anche ‘solo’ la stepchild adoption è qualche cosa di inaccettabile”, “ le unioni gay vanno contro la religione cristiana”… e tante altre.
A tutto ciò risponderei con una sola frase: “chiedimi se sono felice”.
Il concetto di “ normalità “ è stato inventato dall’essere umano per definire tutto ciò che è messo in atto dalla maggioranza delle persone o che con maggiore probabilità si verifica in medesime situazioni … e a pensarci bene, somiglia molto al concetto di omologazione … come quella che è imposta sotto un regime monarchico. Eppure, l’Italia è un Paese governato da una Repubblica Parlamentare. Il nostro è anche un Paese che si definisce laico, aperto a qualunque religione e all’interno del quale è la professione di fede ad essere una scelta: pertanto non si può estendere a tutti i cittadini il divieto di una norma “perché contrastante con le ideologie della Chiesa cattolica”.
La felicità, invece, è qualcosa che ognuno di noi conosce, condivide nel proprio intimo e non si può descrivere. E’ una sensazione che è comune ad ogni italiano, ad ogni uomo ed a ogni cittadino del Mondo. Credo che nessuno possa fare un augurio migliore a una famiglia… se non “ che siate felici “. E parlo di famiglia: nucleo elementare della società umana, rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e, di norma, sono legati tra loro col vincolo del matrimonio, con convivenza, o da rapporti di parentela o di affinità.
Dove è scritto famiglia uomo-donna, uomo-donna-bambino, uomo-uomo, donna-donna? Nessuno mette in dubbio che senza l’accoppiamento tra maschio e femmina il genere umano smetterebbe di esistere, ma credo che non si dovrebbe poter mettere in dubbio nemmeno la possibilità di costituirsi per tante diverse famiglie. Non si tratta di cambiare cerchio: solo di allargarlo. Mi riferisco non esclusivamente alle coppie gay, ma anche a tutte quelle famiglie di divorziati che vivono solo con i propri figli o che sono risposati; ai nuclei formati da uomo-cane-gatto; alle famiglie allargate ; ai vedovi che decidono di non risposarsi più tenendo fede al ricordo. Sono forse queste ‘famiglie tradizionali’?
L’Italia, poi, è il Paese dove molte donne decidono di avere un figlio senza la necessità di un compagno e possono farlo: la clinica Mangiagalli di Milano, ha effettuato una ricerca dalla quale è emerso che nel 2010 una neomamma su cinque non ha dichiarato il nome del partner al momento del parto e ha previsto un numero sempre in aumento.
Eppure il bimbo o la bimba in questione, nonostante figli biologici, sono destinati a crescere senza una delle due figure (femminile o maschile che sia).
Quale potrà essere il danno minore tra non averla , o averla doppia?
Personalmente, credo che la risposta sia da dare ancora una volta con un’altra domanda:
“chiedimi se sono felice”. Troppi padri ammazzano moglie e figlio e provano a togliersi la vita; troppe donne vengono maltrattate; troppi giovani causano danni ai genitori e si ribellano; troppe coppie uomo-donna ‘se ne fregano’ di chi hanno messo al Mondo; troppe persone stanno insieme ‘per convenienza’ e l’adulterio è sempre troppo dietro l’angolo … perché io possa dire che le ‘famiglie convenzionali’ funzionano bene e soprattutto meglio di quelle composte da persone dello stesso sesso; non sposate o da nuclei un po’ particolari.
Per ciò io mi augurerei che lo Stato, nel momento in cui deciderà, si rivolgesse ad ognuno non chiedendo “sei normale”, ma chiedendo “sei felice”?

 

-Sara  Annibali

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...