Il 27 Gennaio di ogni giorno

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Zittisco la sveglia, mi alzo, vado in cucina … e le mie gambe sono pesanti … cerco di ‘darmi una mossa’: devo andare al lavoro e il traffico non scorre certo per me.
Sono in bagno, mi lego i capelli , apro l’acqua del rubinetto … e le mie braccia sono pesanti; salto qualche step, arrivo a prendere la borsa e scendere le scale, devo andare a scuola e l’autobus non aspetta certo per me.
Salgo in macchina e parto a razzo: oggi il mio capo arriverà presto, devo finire di smistare alcuni documenti prima … e c’è un incidente, ferma da mezz’ora.
Sono davanti alla fermata dell’autobus, ho fretta di arrivare a scuola perché devo recuperare un dizionario prima della lezione d’inglese: il pullman è in ritardo.
E’ una giornata normale, in cui tutto scorre veloce e le cose urgenti passano davanti a quelle importanti, una giornata in cui il Mondo schizza come una freccia … ma io sono soggetta a una brusca frenata. E’ il 27 Gennaio e il mio orologio biologico gira a ritmo ridotto: quasi avesse compreso che ‘c’è bisogno di uno stop’.
La giornata della memoria non ricorre solo “perché è successo quello che è successo e ne dobbiamo prendere atto”, perché dobbiamo compatire le vittime del Terzo Rich o riconoscere le atrocità di cui è stato capace. Sarebbe come tirare fuori dal cassetto, una volta all’anno, una splendida camicia macchiata d’olio e guardare con disgusto lo sporco ormai indelebile, per poi rimetterla al suo posto e ritirarla fuori dopo altri 365 giorni: avvicinarsi a qualcosa che ci sembra terribile, tenere addosso la sensazione che ci lascia per qualche minuto e poi non solo continuare come se non avessimo visto nulla … ma anche ricominciare a macchiare magliette partendo dal pasto successivo. Perché macchiare magliette, in qualche modo, ci è famigliare e comune quanto ‘l’economia della morte’.
Già con Freud e le basi della psicoanalisi si è affermato come l’uomo, nel profondo, rifiuti la morte e non riesca ad immaginarla come un fatto reale. Questa impossibilità può condurci all’organizzazione dei più diversi culti nei confronti del corpo del defunto, così come alla più totale indifferenza: ecco che la morte diventa un oggetto di fabbrica, utile al raggiungimento di determinati obbiettivi.
Per l’ ‘uomo delle caverne’ che esiste dentro ciascuno di noi è qualcosa di pratico: potete immaginare quanta gente falciamo col pensiero ogni giorno perché ci da sui nervi? La razza umana, sente la spesso necessità di avere potere, sentirsi superiore, afferrare (ineffabilmente) il controllo e possibilmente trovare capri espiatori per non sentirsi troppo in colpa se succedono guai. La giornata della memoria non ci serve per ricordarci quanto siamo stati cattivi in un determinato periodo storico, ci serve per arrestarci. Per fermarci a riflettere sul fatto che, durante una Guerra a carattere Mondiale, è espoloso qualcosa che potenzialmente si trova tra le mani di tutti noi … ogni giorno nella vita di ogni Paese, Stato, Metropoli, cittadino si gettano i semi perché qualcosa del genere possa riaccadere. E’ stata una realtà atroce, ma anche qualcosa che va riconosciuta con umiltà e che in un’evoluzione (che sia tale e in positivo) si deve imparare a ‘gestire’, incanalare e ribaltare. In questo senso … grazie alla storia, non possiamo forse sapere lungo quali strade ci incamminerà il futuro, ma sicuramente possiamo sapere dove non vogliamo andare. Ecco, che la giornata della memoria ci richiama a fare un sorriso ogni volta che andiamo al lavoro e che torniamo a casa stanchi, perché nonostante tutto viviamo in un Paese dove il lavoro rende realmente liberi; ecco che non mi arrabbio più quando sento chiamare il mio nome 6 volte al giorno all’inizio di ogni ora mentre sono seduto su un banco di scuola … e ringrazio perché non sono solo un numero, ringrazio perché ho una mia identità e nessuno mi proibisce di poter usare la cultura per continuare a costruirla. Ecco però, che inizio anche a chiedermi perché quel ragazzo ‘down’ venga preso in giro, perché i gay non si possano sposare, perché chi ha i rasta e due piercing, espressioni di un proprio gusto personale, abbia un curriculum meno interessante a prescindere. Mi domando perché in alcuni Paesi, tuttora, “io sono bianco e tu sei nero”; mi domando se le ‘guerre di religione’ che assieme alla paura portano con sé la tendenza a fare di tutta l’erba, un fascio… non rappresentino un serio problema. Mi chiedo se il divario enorme che si mantiene tra Paesi più e meno sviluppati sia giusto e se non si potrebbe avere niente di diverso. Mi chiedo perché alcuni prendano in mano le situazioni ancora solo che con le armi. Mi domando com’è possibile che ci sia chi è tornato da un lagher senza sapersi perdonare, bloccato perché sopravvissuto al posto di qualcun altro … e noi che viviamo tranquillamente nonostante il male che ci portiamo dietro e dentro facciamo fatica a fermarci “once a year”. Fortunatamente, viene da dire, non tutte le vittime della Seconda Guerra Mondiale hanno lasciato le ghette in un ghetto. Accanto a milioni di persone che sono purtroppo morte in un campo di concentramento, ce ne sono state tante che hanno cercato di nascondere, proteggere, salvare gli ebrei … persone che hanno incluso nel proprio desiderio di vita anche gli altri, che hanno pensato all’assurdità, all’ingiustizia, alla viltà di quello che gli stava succedendo attorno. Hanno messo la sopravvivenza di qualcuno al pari della propria. Non è che queste persone avessero ricevuto un vaccino anti-crudeltà o non portassero dentro si se l’incapacità di credere a un decesso: queste persone erano come tutte le altre, ma davano valore alla vita, all’essere umano, perché se quello che c’è al di là è un mistero, quello che c’è qui è meraviglioso. Anche i nazisti portavano, dal proprio punto di vista, del bene all’umanità … ma come si può fare del bene a qualcosa mentre la si distrugge? Chi ha lottato contro l’antisemitismo non demoliva, creava.
Oggi, tra di noi, ci sono persone che vogliono creare, unire, saldare come ce n’erano all’ora … che mettono i ponti prima delle barriere. Mentre c’è anche chi continua a costruire muri, a tagliare al posto che incollare … coltivando a modo suo la credenza del ‘super io’. Lo schifo (passatemi il termine) più grande della shoah è stato il paragone tra alcuni e le ‘bestie’: fatto da chi, è finito ad essere animale da soma al servizio dell’azienda della morte, privo di ogni senso critico, nel pieno loop della banalità del male.
Il paragone tra ‘razze’, ‘categorie’ e le ‘bestie’, fatto da una belva malata che ha guidato le folle.
Scegliamo di essere razionali, di riconoscere, di prendere un cuore da chi indossa la pelliccia e con questo incanalare cosa c’è di bruto dentro il genere umano. Il 27 gennaio di ogni giorno, fermiamoci un istante e ricordiamo di sottrarci alla banalità del male, di cambiare i semi nelle nostre mani, prima che le erbacce possano crescere e ci ritroviamo ad avvelenarci nuovamente con i nostri stessi frutti.

 

-Sara Annibali

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One thought on “Il 27 Gennaio di ogni giorno

  1. Molto bello ,ben scritto,l’articolo sulla Shoah. Il problema irrisolto è come un popolo intero , quello Tedesco , abbia commesso queste inenarrabili atrocità . E’ troppo facile spiegare il tutto come il frutto di élites criminali : Gestapo , SS , guardia personale del dittatore . No, è un popolo intero che ha coltivato il male credendolo il bene . E’ questo che mi lascia sconcertato , è questo che con altri attori vedo rinascere nella nostra democratica Europa .Ti consiglio di informarti su Ayaan Hirsi Ali la prima rifugiata scappata dall’Europa intollerante senza che la notizia abbia creato scandalo . Ciao.

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