Sento un grido di dolore

Acqua: fluisce, disseta, ci è compagna dentro e fuori, ci accompagna sin dalla nascita. Simbolo di vita sin a partire dal primo mese in quella strana sacca circolare. Acqua che si scioglie … e che scoglie: che indemoniata risucchia, strozza, annega, uccide, risparmia ben pochi.

Terra: ogni essere vivente ha bisogno di un punto dove porre le proprie radici; persino i pesci necessitano di vederla la terra, di toccare il fondo, la base da cui partire. Terra è slancio e sicurezza allo stesso tempo; è cibo e lavoro; è dove battere i pugni quando si è stanchi, dove sollevarsi quando si è tappetini rasi al suolo; terra è in un certo senso identità, sapere che ovunque andrai e se ti perderai (lontano o sul divano di casa tua) lei sarà sempre li per darti un pezzo di te da cui ricominciare.
Luce, fuoco: i raggi del Sole per dare il buon giorno, quelli della notte per chi non riesce o non può dormire. Fuoco rosso, ardente, scoperto da cuori pulsanti … la voglia di vita. Fuoco e cenere: da cui è rinata la Fenice … e in cui arde ancora un sacco di gente.
Aria, che dà e toglie ossigeno: respirazione e combustione, libertà e imbarcazione, speranza ed emigrazione.
Sono nel mezzo del Mondo e mi sento in confusione.
Un grido di dolore che toglie importanza a tutto ciò che gli si muove sopra e intorno: ecco cosa sento. Un insopportabile ronzio nelle orecchie fino a sotto le tempie; che se arriva all’interruttore per accendere l’emicrania non è certo un fastidio qualunque: un’ossessiva ripetizione di un lamento in crescendo … sempre più voci, sempre più in alto; com’è possibile ignorare?
Non è il lamento della televisione, della radio appena sveglia la mattina, delle foto toccanti (senza alcuna ironia) che mi passano davanti sulla pagina principale di “faccia libro”. Non è un lamento filtrato da nessuno. È un gemito che cresce dal profondo. È il pianto, il ritornello, di chi è oggi sottoposto al ‘’passa avanti e torna indietro’’ della storia … inserito tra le nostre pagine che non si possono cambiare e se a qualcosa serve studiarle è per capire come a un certo punto si ripetano tutte uguali. Ad ogni modo, per ogni salita c’è una discesa e in questo momento la nostra pagina per il grande libro dell’epopea è lì, con l’angolo incastrato in mezzo alla cima della montagna.
Sento il grido di dolore di chi nasce in una pozza di sangue, sotto le bombe, con Kalashnikov in mezzo alle gambe del letto e rimane convinto che quello sarà per sempre una parte di sé … perché dove approda, approda … ma ha sempre il dito puntato contro, lui è solo ‘portatore di guai’. Sento il grido di dolore dei lager nel deserto, attraversati (se va bene) per arrivare ai porti, o meglio alle porte: che aprono al ‘viaggio della speranza’. Sento il grido di dolore di chi preferisce non avere patria piuttosto che quella di origine, di chi preferisce rischiare di morire in mare una volta per non morire 100 volte a causa sua. Sento lo strillo imponente di chi è costretto a vedere nell’acqua di vita speranza e morte; di chi è disposto a cercare una base da cui ripartire dimenticando la terra che ha lasciato andare, piuttosto che diventare tra i suoi sassi un fossile degno di ricerca scientifica. Sento persino il grido di dolore di una mamma che non può più gridare, morta, congelata di fronte ad una sbarra chiusa… con suo figlio tra le braccia.
Sento, peró, anche il grido di dolore di chi quel pezzo di ferro lo ha dovuto tenere ben serrato.
Sento, peró, anche il grido di dolore di un’ Europa che scricchiola, che ha ‘paura’, che si chiude in sé stessa rischiando di non ritrovarsi nemmeno più.
Sento, però, anche il grido di dolore del disoccupato della porta accanto, che in preda ad una collera cui nessuno sa dare una risposta, asserisce che ‘’bisogna chiederlo agli immigrati dov’è finito il suo nuovo posto di lavoro”.
Persone che cercano ossigeno da altre che, spesso, anche volendo, non riuscirebbero a produrlo; altre che già con quell’ossigeno bruciano incandescenti lottando contro le difficoltà del vivere quotidiano … un vivere che si configura sotto altre bombe, altre paure, altre mancanze.
Allora iniziano a bruciare tutti, chi c’era e chi è arrivato, ciascuno con le proprie speranze.
Il pianto s’innalza anche e soprattutto dalle distese lontane, quelle in cui la gente è sempre meno e chi c’è fa purtroppo per mille. Pianto che si fonde con il grido levatosi da quegli altopiani di guerra: le lacrime di chi a stento sopravvive e il grido di chi si impone. Qualcosa di simile, il potere e la libertà: non fosse che questa assonanza è a senso unico. Se è vero che i potenti sono liberi (tranne che dal proprio desiderio di predominio); essere libero è un lusso che sotto il regime non ci si può permettere. Infondo, spesso, non si è davvero padroni nemmeno della propria vita, sopravvivenza o morte: anche la ‘salvezza’ ha il suo valore e i dominatori lo sanno bene.
Da una parte la libertà di scegliere se guadagnare con il decesso, il respiro o lo sfruttamento; dall’ altra le catene … in patria o fuori.
Violenza, dolore, tutto è nuovamente collegato con quelle città dove milioni di formiche si chiedono perché lì siano troppi e là troppo pochi. Perché lì non ci sia abbastanza spazio e usato male e là ce ne sia troppo usato anche peggio. Di nuovo l’uomo piange, ma cosa piange? Perché piange se stesso?
Fino a?
Buio, luce, equilibrio, conquista, morte, vita, pace, soggiogazione.
Non si sa.
È uno dei pochissimi dubbi anticostruttivi che conosca, perché molti discutono e pochi dialogano. Soprattutto, perché tutti urlano di fondo e troppi in alto non se ne curano: in mezzo
ai bisticci e ai paroloni delle singole unità, c’è uno squarcio da cui escono singhiozzi, rabbia, paura, angoscia, incredulità e orrore. La storia, il Mondo, urlano.
Inchiodata alla mia scrivania, mentre penso a cos’altro potrei fare, non guardo avanti, non mi tappo le orecchie, non discuto … dialogo con il diverso, lo straniero, il bianco, il nero, l’imbufalito e il pacifista … e soprattutto grido, a squarciagola.
Quasi come uno specchio un minuto prima di creparsi per l’intensità dell’urto che a sua volta riceve, grido. Sento e sono parte di questo logorante grido di dolore.
Per fortuna, volgendo lo sguardo alla finestra, riesco a scorgere un uomo color cioccolato che lavora nel nostro cantiere; un’ambulanza che mi ricorda gli incessanti interventi nel Mediterraneo; due persone che si tengono per mano e figurano politiche di accoglienza più o meno “strette”. Questo è bello e attenua i decibel per qualche secondo. È un grande assaggio di quello che si può fare. Non solo qui, però.
Non è abbastanza, non bastano le ‘soluzioni tampone’, ci vuole una vera decisione.

Sara Annibali

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